Anni fa decidemmo di adottare un cane. Per motivi di gestione familiare e di tempo libero ci eravamo orientati su un cane adulto, per noi meno impegnativo di un cucciolo al quale bisognava prestare maggiore pazienza nella sua educazione, evitando anche il rischio di lasciarlo troppo a lungo

da solo e che potesse capitargli qualcosa durante la nostra assenza.
Ci rivolgemmo dunque al rifugio più vicino a noi e restammo molto sorpresi dal colloquio iniziale. Ci furono fatte mille domande, ancora prima di poter vedere un solo cane.

Solo quando la responsabile fu soddisfatta delle nostre risposte, ci spiegò il motivo di tante domande: i cani del rifugio avevano già subito traumi psico-fisici ed emotivi, la responsabile cercava quindi di evitare un’adozione sbagliata sia per il cane che per la famiglia. Una scelta volta ad evitare un rientro in canile che avrebbe gettato il cane in uno stato emotivo ancora peggiore di quello di partenza, già non semplice.

Finalmente ci avvicinammo al box dove era alloggiato, inconsapevole, il nostro futuro cane. Un mix di pastore tedesco per collie, alto, magro, dinoccolato nei movimenti, giovane, ma con difficoltà ad approcciare gli esseri umani maschi e tantissime cose da imparare. Ci piacque subito, ovviamente.
Potevamo essere noi (una coppia uomo-donna) adatti a lui? E il resto della nostra famiglia composta da suocera e nonna ultraottantenne?

Seguimmo i consigli dettagliatamente ed iniziammo il percorso di inserimento graduale del cane nella nostra famiglia. Ci vollero tre mesi (tutte le nostre pause pranzo) per insegnare al cane chi eravamo e ad avere fiducia in noi, portandolo in passeggiate man mano più impegnative verso tutte quelle situazioni che non aveva mai vissuto e sperimentato. Gli insegnammo a non avere paura della macchina associandola a esperienze positive, a frequentare insieme un bar (seppur nelle ore meno caotiche). Pian piano il cane si aprì nei nostri confronti e la responsabile del canile ci diede finalmente conferma per l’adozione.

Arrivato a casa il cane perlustrò con cura tutto il giardino, la veranda e l’ingresso che portava al nostro appartamento. Rimase però scioccato dalle stampelle della nonna (e gli ci volle ancora un bel po’ di tempo ad abituarsi). La nonna, saggia com’era, si fece portare una sedia, appoggiò le stampelle a terra e diede al cane il tempo di avvicinarsi da solo, quando si sarebbe sentito sicuro di poterlo fare.

Così iniziò la nostra convivenza. Un anno dopo era talmente cambiato che un giorno il cane ci avvisò abbaiando in modo furioso e inconsueto: la nonna era in difficoltà a causa di una caduta in casa e non riusciva ad alzarsi. Erano ormai amici e avevano un legame speciale.

A volte ci penso ancora dopo 10 anni dall’adozione e dall’incidente alla nonna: chi lo avrebbe mai pensato che un cane di canile con i traumi subiti, le sue paure e fobie, sarebbe diventato un cane eccezionale, in grado di avvisare in caso di necessità?

E’ diventato a tutti gli effetti un membro della nostra famiglia. Anche se non era certo un cucciolo.

a cura di Cristiana Zanella educatore cinofilo - Pec, Progetto Educativo Cinofilo – http://www.associazionepec.com/

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